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socialmediaMio articolo su l’Unità

A breve questo tipo di studi potrebbero affiancare sistematicamente i più conosciuti e tradizionali sondaggi, se non addirittura prenderne il posto.

L’analisi del “sentiment”, ovvero di quello che pensa la gente sul web, può dare indicazioni affidabili sulle intenzioni di voto degli italiani? La domanda non è del tutto azzardata. C’è, infatti, una sostanziale corrispondenza tra l’esito elettorale venuto fuori dalle urne in occasione del referendum costituzionale e le opinioni espresse dai cittadini su siti internet, blog e soprattutto sui social network.
Lo confermano tutti i report elaborati dalle più importanti società del settore, che hanno analizzato i contenuti sull’argomento pubblicati online dagli utenti nelle settimane e nei mesi che hanno preceduto il giorno delle elezioni.

I numeri
In particolare impressiona il risultato ottenuto da Blogmeter, istituto di ricerca nel campo della social media intelligence, che a due giorni dalla consultazione elettorale aveva diffuso i dati di uno studio secondo cui “il 60% degli utenti hanno pubblicato commenti a favore del NO, mentre il 40% lo ha fatto per il SÌ”. Percentuali che hanno portato i vertici dell’istituto a definire il web come uno “specchio delle dinamiche sociali”.

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Sotto la lente di ingrandimento dei software e degli algoritmi di Blogmeter 4,5 milioni di messaggi pubblici sul tema del referendum lasciati da circa 920 mila utenti, che hanno generato 29 milioni di interazioni sui social media (like, retweet, commenti ecc.) e 375 milioni di visualizzazioni.
Una mole elevata di dati raccolti dal 24 settembre all’1 dicembre principalmente su Twitter, dove è stato prodotto il 54% dei messaggi a fronte del 36% di messaggi prodotti su Facebook. Qui, però, il livello di interazioni generate è del 75% contro l’11% su Twitter, il 9% su YouTube e il 5% su Instagram.
In definitiva sui 920 mila utenti rilevati sono stati individuati 500 mila utenti unici, che hanno espresso un’opinione chiara in ben 2,2 milioni di messaggi: il 60% a favore del NO e il 40% a favore del SÌ.

Se l’esito dell’indagine condotta da Blogmeter ha anticipato con una precisione straordinaria il risultato venuto fuori dalle urne, quelli ottenuti da altri importanti aziende del settore hanno descritto correttamente la tendenza del voto degli italiani.
Expert System, società specializzata nell’analisi semantica su Twitter, aveva rilevato una prevalenza di contenuti a favore del NO, pari al 54%, su quelli a favore del SÌ, pari al 46%.
Molto più netta la percentuale di contenuti contrari alla riforma costituzionale, pari al 71%, misurata da Reputation Manager, società esperta nell’analisi della reputazione online di soggetti pubblici e privati, che da agosto a fine novembre aveva passato al setaccio migliaia di contenuti su Twitter, Facebook, siti e blog.

I contenuti
Se si ingrandisce lo zoom e si scende nei particolari si scopre che tra i principali argomenti utilizzati dai sostenitori del SÌ ricorrono la riduzione dei costi della politica e i benefici derivanti dall’abolizione del bicameralismo paritario. Mentre a motivare il NO non è stata tanto un’opinione negativa sulle proposte di modifica avanzate dalla riforma costituzionale, quanto un giudizio severo contro Renzi e la speranza, con il voto contrario al quesito, di far cadere il governo.
Cruciale a tal proposito è stato il ruolo giocato dal M5S, che su internet ha combattuto la battaglia referendaria in un campo congeniale alla sua natura, sia tramite i propri account ufficiali che attraverso la galassia degli strumenti di informazione online vicini (come il gruppo Facebook “W IL M5S” o i siti Tze Tze, La Fucina e La Cosa).
Gli hashtag e i termini più frequenti tra i sostenitori del NO sono stati “#IoVotoNO”, “votare” e “Renzi”, mentre nel fronte opposto “#BastaUnSì”, “votare” e “vincere”.

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Anche i toni utilizzati in rete dai due fronti sono sensibilmente diversi: accesi i primi, più pacati i secondi. Sul piano delle emozioni rabbia e paura hanno prevalso sulla calma e sul confronto sereno.
Va evidenziato il successo dei video sui messaggi scritti o sulle fotografie. Sono le immagini in movimento i contenuti più virali. Anche in questo caso a fare la parte del leone il M5S con il video della manifestazione per il NO tenutasi a Roma, che ha raggiunto 2,4 milioni di visualizzazioni, seguito dallo spot “Si riparte” pubblicato da Matteo Renzi, che ha ottenuto 2 milioni di visualizzazioni.

Sentiment Analysis vs sondaggi
Alla luce della rilevanza che il web ed i social network hanno assunto nel corso di questi ultimi anni sul piano della propaganda politica, appare del tutto evidente che la sentiment analysis si affermerà sempre di più come strumento di indagine dell’opinione dei cittadini.
La rete è il luogo dove le persone si informano, comunicano ed esprimono spontaneamente le proprie idee. Al contrario dei sondaggi, in cui i dati raccolti subiscono il condizionamento di chi li rileva, l’analisi del sentiment si basa su contenuti “genuini”, già presenti su internet. L’affidabilità di queste indagini dipende dalla capacità di saper raccogliere i dati, organizzarli ed elaborarli in modo adeguato.
Niente di strano, quindi, che a breve questo tipo di studi potrebbero affiancate sistematicamente i più conosciuti e tradizionali sondaggi, se non addirittura prenderne il posto. Anche in considerazione del fatto che in molte occasioni i sondaggi non hanno dato prova di affidabilità, fallendo clamorosamente le previsioni, come nel caso della vittoria di Donald Trump.