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porta-di-castro-copiaRicevo e pubblico questo articolo di Giuseppe Cirino. Una passeggiata per le vie di Ballarò e il ricordo (felice) di una Palermo di trenta anni fa.

Ebbene sì, una cena, specialmente quella del sabato, ti può rovinare la giornata. Per ovviare alla “pizza stronza” e pervaso da un “tampasio in purezza” decido di dirigermi a Ballarò per acquistare qualcosa.

Questo mercato, oggi da me frequentato raramente, mi appartiene, poiché costituisce i più bei ricordi della mia infanzia. Infatti da piccolo quasi giornalmente, specialmente d’estate, accompagnavo la mia meravigliosa nonna a fare la spesa. Ero affascinato dai colori, dai suoni, dalla folla che realisticamente rappresentavano la felicità mia e di una Palermo di trenta anni fa.

Entro da via Birago, per in non addetti alle vie, una traversa di corso Tukory e attraverso il mercato lentamente, come un turista, scrutando ogni angolo come se fosse la prima volta; immediatamente mi rendo conto che dei numerosi bandi del Comune di Palermo per il recupero edilizio di immobili degradati ubicati nel Centro Storico non vi è traccia, sicché, come un quarto di secolo fa, trionfano, credo ancora per poco, edifici prossimi al crollo.

Tra le vie Collegio di Maria al Carmine e Piazza Carmine, quello che una volta era il cuore del mercato, il silenzio si fa assordante e i colori sbiadiscono lentamente e ripenso con insistenza a quei progetti, anche questi non pervenuti, promossi da tutte le istituzioni con Confesercenti e Confcommercio in testa, come “Emporio dell’ EuroMediterraneo” o “Urban Pro” per il rilancio dei centri commerciali naturali.

Mi fermo davanti la “chiacchierata” chiesa del “Carmine” non per pensare alle solite tiritere sull’antimafia, queste le lascio ai professionisti, ma mi soffermo sulle botteghe o meglio i “puosti”, come si solevano chiamare, un tempo diretti come nelle migliori orchestre dai “principali” che dispensavano ordini ai “picciotti” a suon di “abbanniate”, oggi, invece,  lasciate in mano ad immigrati che seduti silenti in una sedia con strana mercanzia (tuberi, galline sgozzate ect…) rendono surreale il contesto.

Rincuorato dal pensiero che almeno i figli dei “principali” e dei “picciotti”,  certamente, avranno trovato felicità e fortuna sicuramente in qualche altra città, mi incammino verso la fine del mercato a piazza Ballarò.
Ed è qui, a piazza Ballarò che quei bei ricordi lunghi trenta anni diventano disincanto, ritrovandomi dinnanzi ad una piazza trasformata.
Questa piazza, che ottocentoquindici anni fa fu la meta di arrivo dell’ancora fanciullo “Stupor mundi”, che da Monreale vi giungeva attraversando la via che era stata un tempo l’antico letto del fiume Kemonia,  è diventata con la complicità dell’amministrazione comunale, a mio parere, una delle più brutte piazze d’Europa … altro che UNESCO.
Si assiste impotenti alla realizzazione autoctona di un luogo riservato alla “movida” per il “quarto stato” della società,  insomma un mix perfetto di disagio giovanile e delinquenza, o meglio criminalità “disorganizzata”, come se all’improvviso il Ministero dello Sviluppo Economico abbia autorizzato per questo lembo di territorio una sorta di zona franca urbana… ma “franca” in senso lato.

Non mi resta che scappare da questo incubo, pensando per un attimo di essermi trasformato in uno di quei cavalli “impaiati” con tanto di paraocchi, condotto da uno di questi novelli “gnuri 2.0” che imperversano ancora lungo il Cassaro. Attraverso velocemente via Porta di Castro, ma giunto a piazza Pinta ripiombo nel terrore; credo di essere nel GRA di Roma per l’intenso traffico veicolare presente e non dimenticando che a poche centinaia di metri, ormai in pianta stabile, vi è il Suk dell’Albergheria, divenuto oramai il più importante dell’area Euromediterranea decido mestamente di tornarmene a casa senza cibo ma sazio di “abili” e con il pensiero sempre presente di quei giorni felici trascorsi con nonna Nina.