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terrorismoLa lotta al terrorismo internazionale non può che passare da internet. È internet il campo di battaglia su cui combattere questo conflitto, per disarticolare la rete del terrore e ridurre il rischio di attentati. Nel ciberspazio, attraverso i social network e le moderne applicazioni del web, i terroristi si organizzano e fanno proselitismo, non solo nel mondo islamico ma anche in Occidente, non solo tra gli immigrati ma anche tra i cittadini dei Paesi occidentali.

Proprio il giorno precedente agli attentati a Parigi, grazie ad una brillante attività investigativa condotta su internet dai Ros, venivano arrestati tra Italia, Norvegia, Regno Unito, Finlandia, Germania e Svizzera 17 persone appartenenti ad un gruppo terroristico che reclutava nuovi militanti per il califfato islamico e progettava attentati in Europa.
«L’operazione – spiega il comandante del Ros, Giuseppe Governale – nasce dal monitoraggio di un’organizzazione terroristica molto attiva sul web, che tramite prassi di collegamento poco note ai non addetti ai lavori, era dedita al reclutamento e alla radicalizzazione dei militanti. Tramite gli accertamenti e i controlli svolti in ambito di prevenzione, siamo giunti all’individuazione di diciassette soggetti kurdo-iracheni sparsi in Europa, che anche in Italia approfittavano della piattaforma informatica per annullare le distanze e tenere coeso il gruppo intorno al loro leader, il mullah Krekar, che continuava a essere la guida ideologica e strategica del gruppo e ne determinava le decisioni».

Da tempo le organizzazioni terroristiche hanno eletto la rete a principale strumento di comunicazione: per le sua capacità di raggiungere grandi quantità di persone in qualsiasi parte del mondo, per il basso costo, ma soprattutto per l’anonimato. Per loro, quindi, internet è il media ideale.

Non a caso l’Isis, rispetto alle altre organizzazioni che l’hanno preceduta, utilizza internet sia per scambiare le informazioni tra le varie cellule sia come mezzo di comunicazione di massa per terrorizzare l’Occidente. L’Isis, infatti, sfrutta le straordinarie potenzialità della rete per disseminare paura. La comunicazione stessa diventa un attentato alla sicurezza. Al di là delle rivendicazioni i video dei tagliagola e le minacce di nuovi attentati, pubblicati online, rappresentano già un’azione terroristica compiuta con cui minare la tranquillità della popolazione mondiale. Fino a poco tempo fa l’effetto mediatico di tali azioni era addirittura amplificato dai media occidentali, che in nome del diritto all’informazione facevano ingenuamente il loro gioco.

Purtroppo gli Stati e gli organismi internazionali non hanno ancora deciso di investire sulla valenza strategica della rete nella lotta al terrorismo. Eppure già nel 2012 la sezione “Droga e Crimini” l’Onu (Unodc) aveva stilato il rapporto “L’uso di internet per fini terroristici”, in cui veniva auspicata la necessità di una maggiore collaborazione tra le nazioni, tra le varie forze di polizia, e di una armonizzazione tra le normative dei singoli Paesi.

Pochi mesi fa, tuttavia, il capo dell’Mi5 britannico (Ente per la sicurezza) Andrew Parker, in un’intervista alla Bbc dichiarava che internet rischia di essere una “zona franca” per i terroristi e invitava i grandi colossi del web ad esercitare una sorta di “responsabilità etica” al fine di denunciare possibili sospetti.
Viene da chiedersi se la sicurezza dei cittadini può essere demandata alla “responsabilità etica” delle aziende che governano il web o se forse non sia venuto finalmente il momento per i governi di varare leggi e programmi internazionali di intelligence capaci di rivoltare la potenza di internet contro il terrorismo.