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hate-speech-755x515Mio articolo su l’Unità

All’indomani dalla pubblicazione da parte del Guardian dei file che contengono le direttive impartite da Facebook per la moderazione dei post, l’Unione europea decide di fare sul serio contro l’hate speech. Proprio ieri il Consiglio europeo ha approvato una serie di proposte per imporre alle piattaforme online di rimuovere i contenuti che incitano all’odio. Adesso passeranno al vaglio del Parlamento per l’approvazione definitiva. In questo caso si tratterebbe del primo intervento normativo ad hoc in assoluto che costringerebbe le big di internet, la cui sede legale e cui server nella maggior parte dei casi si trovano negli Usa, a rispettare in Europa le leggi dell’Unione.

Un problema molto sentito e pertanto al vaglio dell’agenda politica dei ministri dei Paesi membri. Nel giugno del 2016 Facebook, Twitter, YouTube e Microsoft avevano sottoscritto un patto con la Commissione europea per arginare il proliferare dell’odio e della violenza in rete. Nel gennaio scorso il Consiglio d’Europa aveva approvato un rapporto contro le fake news, che prevedeva anche una serie di misure sull’hate speech. Ad oggi i risultati raccolti sono molto scarsi. Le varie intese siglate non hanno sortito l’effetto sperato. Il social più popolare al mondo, così come Twitter e Google, è stato più volte messo all’indice, sia in Europa che negli Stati Uniti, per la poca attenzione e tempestività dimostrata nel rimuovere i contenuti segnalati. In Italia la presidente della Camera, Laura Boldrini, è più volte intervenuta sull’argomento arrivando a scrivere una lettera aperta a Mark Zuckerberg.

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Non c’è dubbio che lo scoop del giornale britannico abbia ulteriormente catalizzato l’interesse sul tema, imprimendo un’accelerata ai provvedimenti in cantiere. Hanno destato, infatti, molto clamore i particolari emersi dalla lettura dei file di Facebook, vista la natura controversa di alcune regole. Ad esempio secondo i vertici di Menlo Park frasi come “vaffanculo, muori” o “spero che qualcuno ti uccida” possono essere tollerate poiché, sempre secondo loro, non rappresentano una minaccia credibile. I filmati di morti violente vanno valutati caso per caso, in base ad esempio alla loro rilevanza sociale, mentre quelle di persone che tentano di farsi del male non vanno mai rimossi. Le fotografie che ritraggono maltrattamenti nei confronti degli animali non vanno censurate, neanche quelle estremamente dure ma segnalate agli utenti come contenuto forte.

Una serie di precetti ed indicazioni molto discutibile, poiché sembra rispondere più a logiche di convenienza economica del popolare social network che a principi etico-deontologici per la tutela dei suoi utenti. Come è noto testi offensivi e provocatori, immagini e video violenti in genere ottengono più engagement, ovvero più visualizzazioni, condivisioni, commenti e reaction. L’engagement è la linfa vitale che anima la vita dei social e di chi opera online, ma soprattutto determina il loro business legato alla raccolta pubblicitaria e alla vendita di informazioni per finalità commerciali.

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Ecco il nodo della questione che spinge le grandi major di internet a prendere tempo. Niente di scandaloso, fare affari è la prima legge del mercato. Un mercato incapace di autoregolamentarsi in modo serio ed adeguato e che pertanto ha bisogno di limiti e paletti. La rete e i nuovi media, infatti, oltre a rappresentare una grande opportunità di comunicazione e conoscenza, possono avere degli effetti pericolosi sull’opinione pubblica e sulla vita delle persone, come ci racconta spesso la cronaca. L’intervento del Consiglio europeo vuole rispondere proprio a questa esigenza.