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Mio articolo su l’Unità

Sono rimaste disattese le aspettative di chi pensava che il G7 di Taormina sarebbe stata l’occasione giusta per cominciare a discutere seriamente di una web tax condivisa a livello internazionale. Mentre sulla cybersecurity, l’altro importante tema su cui si è concentrata l’attenzione del mondo della tecnologia e dell’innovazione, i sette grandi della terra hanno finalmente preso coscienza della necessità di proteggere la rete a garanzia della sicurezza e dello sviluppo.

Così nel comunicato finale affermano: “I recenti attacchi informatici che stanno colpendo le infrastrutture critiche in tutto il mondo rafforzano il nostro impegno verso una maggiore cooperazione internazionale per proteggere un cyberspazio accessibile, aperto, interoperabile, affidabile e sicuro. Nonché i suoi vasti vantaggi per la crescita economica e la prosperità. Lavoriamo insieme e con altri partner per affrontare i cyber attacchi e mitigare il loro impatto sulle nostre infrastrutture critiche e sul benessere delle nostre società”. Parole chiare che dovranno, nei prossimi mesi, tradursi in impegni concreti.

wannacy

Il problema non poteva certo essere ignorato. Solo qualche settimana fa la diffusione del ransomware wanna cry – che ha bloccato migliaia di computer di istituzioni, ospedali e imprese in cambio di un riscatto – ha creato panico e mostrato tutta la fragilità degli attuali sistemi informatici. Proprio il giorno stesso dell’apertura del G7 si è appreso dell’esistenza nel deep web di un archivio con 450 milioni di email e password appartenenti a forze dell’ordine, ministeri, ospedali e università italiani, ma anche a enti come Europol, Parlamento europeo, Consiglio europeo e perfino la Casa Bianca. Il furto è stato svelato dalla cyber division di Var Group, holding italiana specializzata nell’Information and communication technology.

Rimane, invece, l’amaro in bocca per la web tax. Una misura, considerata da molti Paesi, di equità fiscale da istituire non solo per aumentare il proprio gettito, ma per sottoporre le multinazionali, che attraverso la rete vendono beni e servizi in tutto il mondo, alla stessa tassazione delle aziende che operano solo nel mercato nazionale. Le multinazionali dell’Ict, infatti, da anni eludono di fatto le regole fiscali dei singoli Stati, pagando le tasse solo nel Paese in cui risiede la loro sede legale. Colossi con fatturati da capogiro che dovrebbero versare cifre ragguardevoli all’erario. Tra questi big company come Facebook o Microsoft, solo per fare qualche esempio altisonante. Quasi tutte nate e stabilite negli Usa, che ovviamente hanno tutto l’interesse a mantenere inalterato lo status quo.

g7 bari

Proprio per sollecitare l’attenzione dei sette in vista del vertice di Taormina, il Parlamento italiano la scorsa settimana ha approvato una sorta di web tax, o meglio una voluntary disclosure per invitare tutte le multinazionali che realizzano reddito in Italia a versare quanto dovuto. In cambio lo Stato sconta le sanzioni amministrative e cancella quelle penali. Si tratta di una statuizione in chiave normativa di quello che già è stato fatto in questi ultimi due anni con gli accordi siglati tra l’Agenzia delle Entrate con Apple e Google.

La proposta di una web tax fa parte anche della dichiarazione di Bari, stilata il 12 e 13 maggio scorso dal Team del G7 Finance, che sarà ridiscussa il 7 giugno prossimo. In quella data i venti grandi del mondo si riuniranno per firmate le azioni comuni in materia fiscale in attuazione delle misure previste dal pacchetto Beps (Base Erosion and Profit Shifting). Arrivare a quell’appuntamento con un impegno formale preso a Taormina avrebbe significato spianare la strada all’adozione del provvedimento. La mancanza di riferimenti nel comunicato ufficiale dimostra, invece, che le resistenze sono tante, soprattutto da parte degli Usa, e che il cammino è tutto in salita.