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propaganda russiaMio articolo su l’Unità

Mentre negli Stati Uniti monta l’inchiesta sul ruolo pro Trump che la Russia ha avuto nella recente campagna elettorale americana, in Europa una task force di esperti voluta da Bruxelles ha scoperto almeno 3 mila casi di fake news attribuibili alla responsabilità del governo Russo. Per mesi gli esperti della East StratCom, come ha riportato la Repubblica, hanno passato al setaccio migliaia di notizie diffuse dai media sovietici in 18 lingue nei Paesi dell’Unione europea. I risultati superano l’immaginazione. Secondo gli investigatori europei a San Pietroburgo esisterebbe una Troll Factory, ovvero un enorme edificio in cui lavorerebbero centinaia di persone impegnate a fabbricare notizie false da gettare in pasto ai social network, nell’intento di trarre in inganno oltre agli utenti anche i media tradizionali e avvelenare così il dibattito politico.

Esiste, infatti, un circuito della disinformazione organizzato e promosso dal Cremlino con l’obiettivo di condizionare l’opinione pubblica dei Paesi dell’Unione europea. Questo circuito è composto non solo da tv e radio locali, siti di propaganda, hacker e blogger, ma anche emittenti di Stato. Le istituzioni, quindi, sono direttamente coinvolte in questo tipo di attività.

La strategia adoperata è tanto semplice quanto sottile. La scelta dei temi su cui scatenare la macchina ricade sempre su fatti e situazioni che possono essere strumentalizzati in chiave antieuropea. Bersaglio preferito sono ovviamente la politica ed in particolare gli appuntamenti elettorali in occasione dei quali sostenere le forze populiste e nazionaliste.

Ad esempio, in questo momento nel mirino della disinformazione Russa c’è Emmanuel Macron, l’ex ministro dell’economia di Hollande candidato alle prossime elezioni per la Presidenza della Repubblica francese. È lui il politico che potrebbe scongiurare la salita all’Eliseo della leader del Front National Marine Le Pen ed evitare così l’uscita della Francia dall’Unione europea. Da quando è salito nei sondaggi la propaganda sovietica si è scatenata contro di lui.

Alcuni giorni fa l’home alcuni hacker hanno letteralmente sostituito l’home page del quotidiano online belga Le Soir, con una che riportava notizie diffamatorie secondo le quali Macron sarebbe nelle mani dell’Arabia Saudita.

E ancora, quando i cittadini olandesi sono stati chiamati lo scorso anno ad esprimersi con un referendum sul sull’accordo di associazione Ue-Ucraina, sono cominciati a circolare in rete dei video nei quali si sosteneva che in caso di vittoria del sì il Paese sarebbe stato soggetto ad attacchi terroristici. Un vero e proprio ricatto psicologico finalizzato a condizionare il voto.

Anche la Germania ed in particolare la cancelliera Merkel sono da tempo nel mirino della disinformazione sovietica. Il problema qui è molto sentito anche perché si avvicinano le elezioni di settembre per il rinnovo del Bundestag, che vedono gli schieramenti di centrodestra e di centrosinistra impegnati in una dura battaglia contro la destra xenofoba dell’Afd. Alla luce di quanto successo negli Stati Uniti il governo tedesco ha avviato una serie di iniziative per combattere il fenomeno delle fake news sui social network. L’ultima prevede una multa da 50 milioni di euro per quelle piattaforme che non rimuoveranno tempestivamente i contenuti messi all’indice. L’esecutivo, inoltre, sta preparando una legge antibufale che obbliga i colossi del web a indicare un responsabile, semplificare le procedure per la segnalazione delle notizie false e cancellarle velocemente.

Un altro esempio emblematico di propaganda russa risale al periodo della Brexit, quando venne diffusa la notizia dell’intenzione dell’Irlanda di indire, sulla scia del voto nel Regno Unito, un referendum per uscire dall’Unione europea. In quel clima la bufala rimbalzò sui principali media nazionali ed internazionali.

Gli effetti di queste campagne sono pericolosissimi. Nonostante le smentite, infatti, gran parte dell’opinione pubblica ci casca. Come nel caso che riguarda le violenze in Ucraina attribuite al governo di Kiev e non all’esercito di Putin. Ben il 50% dei francesi crede alla versione russa.

Destinatari delle suddette strategie non sono soltanto i pubblici degli altri Paesi, ma anche quello di casa. Qui tutti i partiti euroscettici, come l’Ukip o il Front National, godono dei buoni servizi resi loro dalla tv di Stato. I giornalisti hanno addirittura falsificato i risultati di un sondaggio sulle prossime elezioni tedesche invertendo le percentuali sulle intenzioni di voto ottenute dalla Cdu e dall’Afd. In passato sempre la tv di Stato aveva confezionato un servizio sulle stragi di Parigi intervistando alcuni cittadini francesi. Secondo la traduzione però, del tutto stravolta, gli intervistati sostenevano che gli attentati non si erano mai verificati e che si trattava di una macchinazione di Bruxelles per instaurare una dittatura in Europa. Un giornalismo degno, è proprio il caso di dire, di un regime dittatoriale.

È questa una realtà davvero inquietante, che richiama alla mente scenari di intrighi e complotti di altri tempi. In verità si tratta di attività mai interrotte, neanche dopo la fine della guerra fredda, e che rientrano nell’ambito delle attività di public diplomacy messe in atto dagli Stati più forti e più spregiudicati del pianeta per influenzare l’opinione pubblica internazionale a loro vantaggio. Attività che con il crollo dei vecchi blocchi di potere, la rottura degli equilibri politici tradizionali e l’avvento della globalizzazione sono state intensificate, anche grazie alla popolarità di cui godono i nuovi mezzi di comunicazione. Oggi però rispetto al passato il rischio che si corre è ancora più alto, perché si tratta di un fenomeno ancora più subdolo e pervasivo che mina i processi cognitivi che alimentano la vita democratica.