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diffamazioneMio articolo su l’Unità

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha confermato la condanna in appello nei confronti del legale rappresentante della società che gestisce agenziacalcio.it per un commento offensivo pubblicato da un utente nel 2009

Rischia un’ammenda salatissima il gestore di un blog o un sito internet che ospita commenti diffamatori, anche in forma non anonima. Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha confermato la condanna in appello nei confronti del legale rappresentante della società che gestisce agenziacalcio.it, per un commento offensivo pubblicato da un utente nel 2009 nei confronti del presidente della Federazione Italiana Gioco Calcio (Figc), Carlo Tavecchio, allora presidente della Lega Nazionale Dilettanti del Federazione Italiana Gioco Calcio. Dovrà pagare 60 mila euro di risarcimento. Nel commento postato nella community del sito, senza alcuna approvazione da parte dell’amministratore, Tavecchio viene definito come un “emerito farabutto” e “pregiudicato doc”. Inoltre, l’autore allegava a margine anche il certificato penale di Tavecchio.

In primo grado il gestore era stato assolto perché era riuscito a provare di non essere a conoscenza del commento, ma la Corte d’appello ha ribaltato il giudizio del Tribunale condannandolo per “concorso in diffamazione”. Per i giudici di secondo grado l’imputato non poteva non sapere. La Cassazione ha, pertanto, confermato la loro tesi. L’autore del commento aveva inviato al gestore del sito una mail con allegato il certificato penale di Tavecchio. Questo, per la Suprema Corte, dimostrerebbe la sua consapevolezza e quindi la sua colpevolezza.

Quali le conseguenze di un simile pronunciamento? Gli amministratori saranno sempre e comunque responsabili delle opinioni espresse dagli utenti? Esiste un pericolo per la libertà di espressione sul web?

“Innanzitutto facciamo chiarezza: la Cassazione ha stabilito che la responsabilità del gestore del sito non è conseguenza automatica dell’esistenza del commento diffamatorio, ma della mancata rimozione dal sito dopo che lo stesso era stato conosciuto dal gestore”. Sostiene Ernesto Belisario, avvocato cassazionista esperto in diritto delle nuove tecnologie e dei nuovi media.

“Si tratta – continua – di un tema non nuovo che reca in sé il rischio della restrizione alla libertà di manifestazione del pensiero. Infatti, è assai probabile che i gestori dei siti, per evitare contestazioni e responsabilità, rimuoveranno commenti in modo assai ‘zelante’ (es. anche critiche che nulla hanno di diffamatorio)”.

Per quanto riguarda l’applicabilità della pronuncia ai social network, “vale la pena – sottolinea Belisario – osservare come la giurisprudenza si sia espressa in modo analogo con riferimento alla responsabilità dei gestori di un gruppo Facebook (non si tratta di pronunce della Cassazione, ma di una sentenza del G.U.P. del Tribunale di Vallo della Lucania n. 22 del 24 febbraio 2016)”.

La pronuncia della Corte di Cassazione segna un cambio di rotta definitivo per la giurisprudenza italiana, anche rispetto a quella europea. Fino ad oggi, infatti, non esiste un orientamento univoco in tal senso. Nel febbraio del 2016 la Corte europea dei diritti dell’Uomoaveva assolto i gestori di un sito ungherese chiamati in giudizio da un’azienda, per aver ospitato alcuni commenti anonimi ritenuti lesivi della propria immagine.
In Italia il gestore del sito nuovocadore.it, Matteo Gracis, è stato condannato in primo grado ad un’ammenda record di 200 mila euro per un commento offensivo pubblicato sul forum da un utente anonimo nei confronti dell’avvocato ed ex parlamentare Maurizio Paniz. Commento che Gracis aveva provveduto a rimuovere dopo 11 giorni dalla ricezione della richiesta di cancellazione inviata via mail da Paniz. Se l’è vista brutta, invece, Massimiliano Tonelli, blogger fondatore di cartellopoli.net, assolto in appello dopo una condanna a 9 mesi di carcere per istigazione a delinquere relativa sempre ad alcuni commenti anonimi.

Al di là delle sentenze e dei pareri contrastanti è evidente l’esigenza di contrastare un fenomeno dilagante sul web, quello della diffamazione, trovando un punto di equilibrio che garantisca allo stesso tempo libertà di espressione e tutela della dignità delle persone. Le norme esistono e vanno opportunamente applicate caso per caso. Solo così internet potrà continuare ad essere una grande risorsa di accesso alle informazioni e di confronto civile e democratico.