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scambioMio articolo su dipalermo.it

Che in Sicilia il consenso elettorale si raccogliesse anche con i pacchi di pasta e le buste di latte è cosa abbastanza nota ai più. Accadeva in passato e accade ancora adesso, non solo a casa nostra. La notizia secondo cui Giuseppe Bevilacqua, candidato al consiglio comunale di Palermo, avrebbe chiesto voti in cambio del sacchetto della spesa, quindi, non mi suscita stupore. Indignazione sì, ma stupore assolutamente no.

Mi sconvolge, invece, il cinismo con il quale Bevilacqua si sia inserito nel grande mercato elettorale della povertà, che a Palermo è ricco di elettori in offerta a prezzi scontati. Vendere il cibo che avrebbe dovuto essere destinato gratuitamente agli indigenti è cosa assai riprovevole, tanto quanto chiedere il voto maleodorante ai boss di Cosa nostra.

Nessun giudizio morale nei confronti di chi in situazioni di bisogno cedeva al ricatto del politico di turno. Quando si ha quotidianamente a che fare con la preoccupazione di dover sopravvivere si è disposti a tutto, anche a scendere a compromessi con la propria coscienza. Nulla di così grave, poi, se si pensa alle ben più gravi truffe e ruberie che coinvolgono grandi personaggi della politica e dell’amministrazione pubblica.

È questa l’architrave su cui si regge il “vote for food”, ovvero il principale programma politico portato avanti in Sicilia ininterrottamente dalla nascita della Repubblica fino ad oggi. Che si tratti di cibo, posti di lavoro, favori, cortesie … il principio è sempre lo stesso: in una terra affamata il voto diventa merce di scambio a disposizione di politici senza scrupoli. Così certa politica ha continuato a regnare, di elezione in elezione, nonostante gli scandali e la pessima gestione della cosa pubblica.

Lo diceva anche Libero Grassi, quando parlava della “qualità del consenso”, a proposito dei rapporti tra mafia e politica. Ad una cattiva raccolta del consenso, diceva l’imprenditore ucciso dalla mafia per aver denunciato il racket delle estorsioni, corrisponde una cattiva politica. Un circolo vizioso che solo i partiti possono spezzare attraverso una selezione rigorosa delle candidature, che non può essere integralmente demandata all’emanazione di una legge sull’incandidabilità e sull’ineleggibilità.

A questo proposito i nostri partiti dovrebbero imparare dagli altri Paesi a democrazia avanzata, come gli Usa o, per restare in Europa, la Germania, dove un ministro si dimette solo per aver copiato una testi di laurea. Sarà per questo che non si è mai avuta notizia di campagne elettorali a Berlino fatte con i sacchetti della spesa.