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adinolfi-755x515Mio articolo su l’Unità

“Internet dà diritto di parola a legioni di imbecilli” sosteneva Umberto Eco. Ecco perché quando si naviga in rete ed in particolare sui social network non bisogna mai attribuire la medesima importanza a tutto quello che ci passa sotto gli occhi. Bisogna sempre valutare con molta attenzione l’autorevolezza di chi scrive, la sua credibilità. È il consiglio più volte ribadito dal compianto maestro della comunicazione moderna. Cosa abbastanza semplice da fare se a scrivere sono cittadini sconosciuti, che per professione non svolgono né il ruolo di giornalisti, né quello di esperti della materia.

Nel maremagnum della rete capita, tuttavia, di leggere anche certe castronerie scritte da chi imbecille non è e la cui voce è riconosciuta dalla gente, come Mario Adinolfi. Il suo post sul suicidio assistito di Dj Fabo è un esempio nauseante di come si possano utilizzare i social media per esprimere le proprie idee alla stregua degli imbecilli di cui parlava Eco.
Il problema si pone perché, per l’appunto, Adinolfi è un giornalista e un leader politico. Come per tutti la sua autorevolezza è soggettiva. Sicuramente è un personaggio pubblico riconosciuto come tale da migliaia di persone. Il suo parere, infatti, non passa inosservato come quello dell’utente X, ma al contrario fa notizia e crea opinione.

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Nulla da eccepire se non fosse che quel post su Facebook offende la dignità di Dj Fabo, quella di tutti i cittadini disabili che vivono in condizioni drammatiche e dei loro familiari. Qui non è in discussione la libertà di espressione di Adinolfi. La sua posizione sull’eutanasia può essere condivisibile o no. Adinolfi ha il diritto di dire la sua, anche se il suo punto di vista è suscettibile di critiche aspre e contestazioni. Quello che però non ha diritto di fare è oltraggiare il dolore dei malati gravi e di chi la pensa diversamente da lui, ricorrendo ad argomentazioni squallide e a paragoni agghiaccianti: “Volete il sistema svizzero che sopprime un disabile a listino prezzi? … “Hitler almeno i disabili li eliminava gratis”.

In casi come questi la censura applicata da Facebook appare un’opzione accettabile, non solo perché il post viola la policy del social, ma perché rischia di solleticare l’orda barbarica dei tanti imbecilli che popolano il web. Tra questi anche i molti decerebrati che ancora oggi, nonostante il passare del tempo e l’affermazione delle verità storiche, si riconoscono nell’incultura nazifascista. Una rappresentanza dell’abominio umano, dura a morire, che nel web ha trovato nuovi spazi di aggregazione e di propaganda.

Al di là dello scandaloso richiamo allo sterminio nazista dei disabili, quello che colpisce è la disonestà intellettuale con la quale Adinolfi sviluppa e propone il suo ragionamento. Un atteggiamento ormai estremamente diffuso nel dibattito politico italiano, ma che risalta ancora più per la delicatezza del tema trattato. È paradossale, infatti, che Adinolfi accusi di speculazione della tragedia di Dj Fabo coloro i quali da anni chiedono una legge sul fine vita. Senza considerare che Dj Fabo era uno di loro e che si era rivolto al presidente Mattarella per mettere fine alla sua agonia. Ancora più scorretta, perché sottile e squallida, è la tesi di fondo utilizzata volta a porre l’accento sui fantomatici interessi economici di una pseudo lobby della morte pronta a fare affari anche in Italia.

Contro la strumentalizzazione, purtroppo, non è possibile applicare nessuna censura. Questa la si combatte in un solo modo, dando spazio a chi esprime il proprio pensiero mettendo al centro uno dei principi oggi più violati nella società dell’informazione: il rispetto delle persone e dei lettori.